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giovedì 16 luglio 2020

16 LUGLIO 1950, RIO DE JANEIRO

16 luglio 1950: si gioca una partita destinata a diventare un brandello di storia.
Siamo a Rio de Janeiro, all’Estádio Jornalista Mário Filho nel quartiere di Maracanã, da poco inaugurato e affollato da una folla sterminata (le fonti parlano di quasi 200mila spettatori).
In campo si affrontano la nazionale brasiliana e quella uruguayana, nell’ultima partita del girone finale, di un mondiale, l’unico in cui non era prevista una finale vera e propria, ma un girone conclusivo con titolo mondiale assegnato alla vincitrice dello stesso.
E’ il primo mondiale disputato dopo il tritacarne della Seconda Guerra Mondiale, con numerose ferite ancora aperte in tutto il pianeta: l’assegnazione al Brasile aveva molti significati, ma principalmente serviva un Paese poco colpito dal conflitto. Per i brasiliani diventa l’occasione di mostrare al Mondo il proprio Paese che, allora come oggi, è un concentrato di bellezza e povertà, sorrisi e problemi; ma soprattutto, dopo ben tre delusioni, diventa l’occasione di vincere un titolo mondiale, perché, allora come oggi, gli auriverdes si sono sempre considerati patria morale del football, curiosamente poco vincenti nonostante i grandi campioni espressi fin li.
Già nella prima edizione dell’allora “Coppa Rimet”, giocata proprio in Uruguay per celebrare il centenario dell’indipendenza del Paese (non a caso fu costruito l’Estadio Centenario di Montevideo in quell’occasione), i brasiliani, convinti di poter concorrere fino alla fine per la vittoria, subirono una cocente delusione: nonostante potessero schierare ottimi elementi, in particolare il bomber Araken, furono battuti nella prima fase dalla Jugoslavia di Ivan Bek e Sekulić, finendo subito eliminati.
Nell’edizione italiana del 1934 un sorteggio complicato li costrinse ad affrontare la Spagna del favoloso portiere Zamora e nonostante un gol del “Diamante Nero” Leônidas finì sconfitto ed eliminato al primo turno. Meglio andrà nell’edizione del torneo francese 4 anni dopo, ma un grande risultato si trasformò in fallimento: i brasiliani, convinti di vincere il mondiale, dopo un cammino più che mai accidentato (un incredibile 6-5 ai supplementari al debutto contro la Polonia, una vittoria di misura, in rimonta, sulla Cecoslovacchia alla ripetizione dopo l’1-1 della prima sfida…) incrociano in semifinale l’Italia e, per meglio prepararsi alla finale, lasciano a riposo il Bomber Leônidas e il regista Tim, venendo così sconfitti da Meazza &C. Il terzo posto finale e il titolo di capocannoniere al suo Bomber non soddisfano la torcida.
Così nel 1950 si fanno le cose in grande: il Mondiale di casa appare l’occasione perfetta e i primi risultati sembrano incoraggiare un destino già scritto…4-0 al Messico e 2-0, vendetta-tremenda-vendetta, alla Jugoslavia, ma anche un sorprendente 2-2 contro la Svizzera del bomber Jacques Fatton: i segnali di una certa fragilità difensiva mostrata contro gli elvetici, però, furono ignorati, sepolti dalla grande capacità di fuoco dei suoi attaccanti.
Come detto, la fase finale, prevede un girone all’italiana e gli auriverdes si scatenano: 7-1 alla Svezia di Hasse Jeppson e Skoglund che aveva fatto fuori l’Italia bi-campione in carica, 6-1 alla Spagna di Basora, Zarra e Luis Molowny leggenda del Grande Real che aveva steso i “Maestri” inglesi.
L’ultima, e decisiva, sfida è contro l’Uruguay che, invece, si è fatto largo con fatica fino a quell’appuntamento: dopo la facile vittoria nella prima fase sulla Bolivia (in un girone rimasto orfano delle altre due squadre, Turchia e Scozia, ritiratesi, così come la Francia, chiamata in sostituzione ma ritiratasi a sua volta…), soffre contro la Spagna acciuffando il pareggio nel finale, mentre contro la Svezia il 3-2, sempre in rimonta, arriva grazie alla doppietta del bomber del Peñarol Óscar Míguez.
Nell’ultima sfida contro il Brasile, l’Uruguay deve assolutamente vincere, mentre ai padroni di casa basta un pareggio, ma non si trova nessuno che sarebbe pronto a scommettere un penny sul pareggio o, peggio, sulla vittoria della “Celeste”. Peraltro l’Uruguay non ha mai perso una partita mondiale, avendo vinto la prima edizione da imbattuto, avendo saltato le due edizioni successive e non avendo mai perso in quell’edizione.
In tutto il Brasile si inizia a festeggiare con un carnevale improvvisato: vengono vendute 500mila magliette con scritto Brasil campeão 1950, la federcalcio brasiliana premia i giocatori con preziosi orologi con la scritta “Ai campioni del Mondo”, una fila di Limousine ciascuna con il nome di uno dei calciatori era pronta a portare in trionfo la squadra…
Ci pensa il capitano uruguagio, cervello della squadra, Obdulio Varela a caricare i suoi, a isolarli dal clima che li vuole vittime sacrificali sull’altare del successo auriverde.
Forti di campioni come Ademir, Chico, Bauer, Zizinho, Jair, i brasiliani si buttano all’assalto degli avversari che chiudono bene e con ordine, concedendo poco agli scatenati padroni di casa.
All’inizio del secondo tempo Friaça sfrutta un assist di Ademir e batte Maspoli in diagonale.
La Torcida Brasileira si scatena ma a questo punto, paradossalmente, si decide la sconfitta dei favoriti: Varela, sempre lui, raccoglie il pallone e corre dall’arbitro per protestare, in realtà senza alcun motivo. L’arbitro inglese Reader (primo inglese ad arbitrare una finale mondiale, seppur questa formalmente non lo era, e arbitro più vecchio di sempre a farlo, con i suoi 53 anni e 236 giorni…curiosamente Reader aveva arbitrato la prima partita di entrambe le squadre…) lo sta ad ascoltare e discute per diversi minuti ma naturalmente non si lascia convincere. Con questa azione Varela ha potuto stroncare il ritmo degli avversari, limitare l’entusiasmo di giocatori e pubblico: ha inventato la revisione VAR che lascia in sospeso l’esultanza.
Alla ripresa del gioco la manovra dei brasiliani appare più lenta, meno fluida, forse anche più stanca e la “Celeste” ne approfitta per manovrare col baricentro più alto e al minuto 66 Alcides Ghiggia sulla sinistra salta Bigode, centra per Schiaffino che non da scampo a Barbosa: è l’1-1 che, pur premiando i brasiliani, mette un’improvvisa paura nel cuore del Maracanã.
Il minuto della storia è il 79°: ancora Ghiggia, stavolta a destra, si accentra e vede tre compagni ben piazzati in area ma vede anche Barbosa che, prevedendo il cross, si sposta lasciando sguarnito il primo palo: l’uruguagio beffa il portiere del Vasco Da Gama e porta in vantaggio i suoi.
La situazione diventa surreale, con 200mila spettatori muti, con i calciatori brasiliani che tentano di pareggiare ma che faranno solo una gran confusione contro l’organizzatissimo Uruguay e al triplice fischio un Paese intero precipita nello sconforto: le cronache parlano di una decina di infarti, di gente in lacrime, di tifosi in preda a deliri, addirittura alcuni suicidi…il silenzio surreale è rotto soltanto dalle sirene delle ambulanze.
La cerimonia di premiazione doveva essere sontuosa, addirittura il presidente della FIFA Jules Rimet aveva preparato un discorso in portoghese per omaggiare i campioni: invece tutte le autorità abbandoneranno lo stadio senza una parola, mentre Rimet, scorto il capitano della squadra campione gli consegna la Coppa con una stretta di mano e nemmeno una parola di complimenti.
In Brasile verranno proclamati tre giorni di lutto nazionale e alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il Paese. Il commissario tecnico Flávio Costa, minacciato, fuggì in Portogallo per diversi anni, mentre il portiere Barbosa, sarà condannato a vita come responsabile della sconfitta, cadendo in depressione e morendo dopo decenni di ignominia.
E’ il Maracanazo…era il 16 luglio 1950…

venerdì 10 aprile 2020

IL BICCHIERE DELLA STAFFA

 
Hai presente quelle serate che ci facevamo un tempo, quando eravamo giovani? Serate che iniziavano con un aperitivo al bar Piacere, dove cominciare a prendersi per il culo e a fare il “fondo” alcoolico…serate che continuavano con il trasferimento verso il ristorante, di solito una trattoria di quelle lorde, di quelle dove mangiare, bere, fare casino senza troppi problemi…posti fatti di suino alla brace, di salame nostrano, di vino pestone…di padelle e utensili appesi al soffitto, di un camino acceso, di camerieri truci…
Posti dove sembrava di entrare nella cucina della “sciùra” di turno, dove il dolce era la crostata del discount, dove non mancava mai la grappa per digerire…dove si usciva pagando una quota fissa, anni luce prima che i geni della ristorazione si inventassero i menu a prezzo fisso o gli “All you can it” di prodotti orientali…
Erano quelle serate dove gli spostamenti in macchina erano avventurosi, più allegri di un corteo nuziale, “funestati” dalle improvvise incursioni degli Omarone-Show, dove si rischiava la denuncia per fare uno scherzo, dove c’era sempre il personaggio che era preso di mira (a volte con pezzi di pane o ossa di costine…)…serate che proseguivano con un “digestivo” in qualche locale dove recuperare un minimo di dignità, ma che più spesso significava completare il quadro dell’indecenza…serate dove nessuno era più in grado di guidare e c’era sempre qualcuno che, chissà come, riusciva a portare a casa gli altri…serate che, pensandoci col senno di poi, hanno rappresentato rischi che oggi nessuno di noi si assumerebbe più, serate che con le leggi attuali ci avrebbero messo nei guai…
Si, eravamo giovani e incoscienti e magari la mattina seguente, dopo rari momenti di riposo agitato e ancora con l’occhio “porcino” a far bella mostra di sé, ci si ritrovava insieme al lavoro, con una sensazione di disagio nemmeno troppo mascherata ma con la serenità di sentirsi invincibili…
Ebbene, in quelle serate ho imparato, tra tante cose strane, che il vino è traditore, rispetto, ad esempio, alla birra, nell’eterno derby dei brindisi in compagnia…
Quando bevi birra succede che, a un certo punto, senti il cervello mancare qualche colpo, perdersi in pensieri curiosi: è il momento in cui inizi a perdere lucidità.
In questa situazione si è chiamati a una decisione: continuare o fermarsi.
L’uomo assennato a quel punto si ferma e da li in poi, se non assume più alcool, inizia a riprendersi e nel giro di pochi minuti, ore a volte, è completamente lucido (attenzione, niente a che fare con il valore riscontrabile attraverso un etilometro…parlo di lucidità di cervello, nessuna implicazione sui riflessi…).
Con il vino, invece, succede una cosa differente: quando ti rendi conto che stai iniziando a perdere lucidità, ebbene caro ragazzo, ti svelo questa verità: è troppo tardi!!!
L’effetto di quanto hai bevuto non è ancora arrivato completamente al tuo cervello: probabilmente la seconda metà di quanto hai ingerito non è ancora in circolo ed è li che inizia il dramma, perché nonostante tu ti sia fermato, l’alcool continua a invadere i tuoi sensi in modo sempre più incisivo fino a spedirti in una dimensione che trascende la realtà, che spesso fa star male (specie se il vino è di infima qualità…).
In questi giorni di emergenza, nei quali ci viene richiesta solo un po’ di pazienza per superare questo dramma epocale chiamato Corona Virus, oppure CoVid19, stiamo assistendo a una sbornia collettiva di gente che ad ogni costo vuole uscire, persino gente che ha la forma del divano di casa da 20 anni si è riscoperta runner competitivo…gente che all’idea di portar fuori il cane si sarebbe suicidata oggi non vede l’ora di far fare a Fufi i propri bisogni anche 6/7 volte al giorno…gente che si lamentava di dover andare al lavoro oggi non vede l’ora che riapra la ditta, solo per il gusto di uscire di casa…
E dopo tre settimane, nell’imminenza della Pasqua, anche di fronte ad alcune “modifiche alle disposizioni”, all’improvviso, un sacco di gente si è sentita autorizzata a farsi bellamente i fatti propri, uscendo come e se vuole, con o senza mascherina, per motivi seri o no…gente che va a fare la spesa ogni giorno per comprare due cose, gente che entra 4/5 volte al giorno nello stesso supermercato, gente che si muove con la stessa facilità di tre mesi fa, solo con la mascherina, come se con quella fosse tutto risolto, spesso con mascherine da dentisti, come prevenire le botte in testa con un berretto di lana invece che con un casco.
Il problema, però, è che questo maledetto virus non è birra, bella, spumosa, dorata…è vino rosso, ruvido, legnoso…e come il vino impiega più tempo per fare effetto.
Oggi potrebbero uscire tutti e non avremmo risultati concreti a livello statistico…e così per i prossimi 15 giorni (tempo massimo di incubazione, secondo i dati scientifici utilizzati fino ad oggi)…e tutti saremo felici e diremo che si può fare, che non cambia nulla, che ci hanno “imprigionato” senza motivo, che il Governo ancora una volta ci ha fregato, che siamo liberi e sani, che il virus era una bufala, che era un complotto dei Rothschild per prendere il potere, che serviva una distrazione per distogliere l’attenzione dalle scie chimiche e dalla verità della terra piatta che stava per essere svelata…
E ci abbracceremo, convinti che tutto è finito, torneremo a camminare, ad affollare le città, i bar, i ristoranti, torneremo sulle spiagge, viaggeremo in capo al mondo, ci strozzeremo di aperitivi…
Poi…poi il sedicesimo giorno arriverà l’effetto della follia del primo, ci accorgeremo di aver bevuto troppo vino ma sarà tardi per fermarci: e sarà solo una goccia della tempesta che si scatenerà, sarà solo un granello di sabbia nella frana che ci travolgerà, sarà solo un refolo di vento del ciclone che ci spazzerà via…
Perché ogni giorno trascorso avrà fatto crescere in modo esponenziale il contagio e allora capiremo, forse, l’errore commesso, ma smettere di bere non basterà più.
Se siamo una razza che vuole definirsi evoluta dovremmo imparare dalla storia, come affrontare momenti difficili a livello planetario, ma basterebbe anche essere un po’ meno evoluti e imparare dalle piccole esperienze quotidiane, come la reazione del cervello a un bicchiere di vino…il problema è che siamo ignoranti e, ancor peggio, arroganti, convinti di essere inattaccabili e immortali…
Ebbene, o impariamo rapidamente e ci evolviamo o siamo destinati all’estinzione, ma lo faremo con il sorriso sulle labbra e le guance rosse per il vino bevuto…prosit!!!

martedì 7 aprile 2020

In-Competenze Regionali

Ecco solo alcune cose che “potevano essere ma non sono state fatte”…errori madornali per i quali qualcuno dovrà rispondere davanti alla storia, mancanze gravi a livello regionale…
Sono pensieri buttati giù di getto, sotto l’influenza della rabbia e della frustrazione di questo periodo…sono mischiati e confusionari, lo so, ma non è facile mettere ordine in una situazione del genere…
1-Potevi chiudere Nembro e Alzano al di la delle disposizioni statali e non l’hai fatto (non sapevi che si poteva fare o hai avuto paura di farlo…in ogni caso sei responsabile);

 
2-Hai inviato una circolare (delibera della giunta Lombarda numero XI/2906, dell’8 marzo 2020) in cui invitavi i ricoveri per anziani ad accogliere i pazienti da CoVid19, alcuni non tamponati e comunque senza fornire protezioni al personale del ricovero…così hai “buttato un cerino acceso in un pagliaio” rendendo i ricoveri dei centri dove gli anziani moriranno a decine senza alcun supporto possibile…
(“Il risultato è che ora al Trivulzio abbiamo sette reparti isolati completamente e due vuoti perché non accettiamo più nuovi pazienti. Nella struttura di Merate novanta sono sotto osservazione. Al Principessa Jolanda di via Sassi due reparti sono in isolamento” secondo la dichiarazione di Pietro La Grassa)
3-Hai imposto l’uscita solo con mascherine ma senza avere la disponibilità di mascherine (almeno una per famiglia) per tutti…e chi è senza non potrebbe, secondo legge, uscire per andare in farmacia o a fare la spesa…poi hai detto che si possono usare sciarpe o foulards, che rappresentano un mero palliativo visivo ma senza alcuna efficacia (anzi, peggio: un foulard non lavato di continuo può essere veicolo di distribuzione ai propri familiari o conviventi…); è un po’ come dire che è obbligatorio indossare il casco per andare in moto...ma va bene anche un berretto di lana…
4-Hai ordinato 4 milioni di mascherine a un’azienda che si è poi rivelata inesistente…cioè, un’inculata di dimensioni clamorose…oppure un errore nell’ordine…in ogni caso chi “pretende di governare” dovrebbe almeno essere in grado di fare un ordine senza farsi sodomizzare…c’è poi da capire (non è chiaro) se i soldi spesi in questo “affare” siano andati perduti o almeno quello è stato evitato…
5-Hai provato a bloccare l’ospedale da campo degli alpini a Bergamo a costo zero con il pretesto che senza medici sarebbe stato inutile, e in quel momento non ce n’erano di disponibili…poi hai sostenuto la realizzazione dell’ospedale alla fiera di Milano costato 21 milioni di offerte alla Protezione Civile per un totale di 24 posti letto, salvo poi renderti conto che non hai pensato a reclutare i medici…proprio la discriminante che avevi usato per il tuo divieto agli alpini…
6-Hai inaugurato in pompa magna l’ospedale in fiera contro ogni disposizione anti-contagio…ma la cosa peggiore è che hai sbandierato un risultato straordinario che, in realtà, non era ancora stato raggiunto (e che forse non lo sarà mai…): doveva essere un ospedale da 600 posti, realizzato in 10 giorni…invece ad oggi non è ancora operativo (e si va verso i 20 giorni…) oltre al fatto che i posti sono 24 (cioè 1/25 di quanto sbandierato…) che diventeranno, non si sa quando, a 200, cioè un terzo del preventivato…

 
7-Hai tentato di farti una bella pubblicità presenziando alla piccola inaugurazione dell’ospedale di Bergamo, nonostante i bastoni tra le ruote che avevi messo per la sua realizzazione…da vero sciacallo…
8-Pretendi l’autonomia (in quanto leghista e in quanto governatore…) per la tua Regione ma poi piangi perché il Governo centrale non ti “aiuta”…e nell’unica situazione che è davvero di competenza delle Regioni, cioè la Sanità, riveli la tua assoluta incapacità…se è pienamente nelle tue mani quando le cose vanno bene dovrebbero essere pienamente nelle tue mani anche nella tempesta…altrimenti posso farlo anch’io il governatore…
9-La gestione sanitaria è stata fatta esclusivamente sull’ospedalizzazione, mandando in tilt il sistema nel giro di poche ore e causando situazioni di contagio interno indescrivibile…fuori dall’ospedale non è stato potenziato il controllo sul territorio, con il monitoraggio dei positivi in isolamento (quasi nessuno tamponato fino all’arrivo in ospedale, quando, cioè, la situazione è ormai disperata), con i medici di famiglia lasciati a combattere una guerra senza dispositivi, con le persone disorientate che, specie nei primi giorni, non sapevano come fare di fronte a sintomatologie sospette, perdendo tempo prezioso e moltiplicando il lavoro dei 112, dei medici e delle continuità assistenziali…
10-Basti vedere cosa è successo in altre regioni, che hanno usato tutte le loro competenze per prendere decisioni autonome, riuscendo a limitare i danni…qui la stessa cosa non è stata fatta, attendendo sempre le disposizioni di Roma senza la capacità o il coraggio di prendere decisioni, sbagliando miseramente la maggior parte delle vie intraprese, in un penoso mix di pavidità e incapacità, indegni di chi pretende di governare e fa sempre la voce grossa senza costrutto pratico…
11-Nei giorni cruciali della scoperta dei primi casi all’ospedale di Alzano, lo stesso è stato chiuso per due ore e poi riaperto senza sanitizzazioni, senza percorsi specifici per i contagiati, senza attenzioni particolari per il personale e nemmeno per i visitatori…chi ha deciso questo comportamento? La direzione ospedaliera? E a chi dovrebbe fare capo se non alla gestione regionale della sanità? E perché la Regione, se non ha niente da nascondere su questo caso, non ha mandato qualcuno a indagare per capire l’assurdità del comportamento tenuto quel giorno? Perché non ha mai chiarito cosa è davvero successo?

 
12-Al netto degli errori comunicativi dei sindaci, compresi Gori e Sala, sul continuare a vivere normalmente nei primi giorni di contagio (errori ammessi dagli stessi, una comprensione errata della situazione…), perché la Regione, che ne ha tutta la facoltà e anche la responsabilità, non ha tenuto un atteggiamento più prudente e meno “propagandistico” imponendo una posizione univoca ai sindaci?
13-A proposito di mosse propagandistiche: perché il coinvolgimento di Bertolaso? Mi sono fatto un’idea brutta, ma a volte a pensar male…vuoi vedere che l’offerta di 10 milioni di b. era subordinata all’assunzione dell’ex capo della PC e, comunque, a un progetto “grandioso” (come è stato definito prima di sciogliersi in un piccolo presidio costato un patrimonio…un po’ come proporre una cena luculliana a 1000euro a cranio e poi trovarsi a cenare, per la stessa cifra, con una minestrina e una mela cotta…)???

Ci avrò preso? Non mi interessa: avevo bisogno di fare il punto della situazione dei fatti, prima di perdermi in mille voci e opinioni...per il resto l'unica cosa che spero è che i danni fin qui avuti siano finiti, ma so già che non sarà così.
Avanti con fiducia, con l'impegno di essere parte integrante di tutto questo enorme ingranaggio e di dover fare del proprio meglio per uscire presto da questo incubo.

domenica 22 marzo 2020

RESTIAMO VIVI...E UMANI

Il mio buon amico Valerio Curcio, uomo di scienza, grande matematico, da settimane sta studiando i dati emessi dal Ministero dell’Interno, per tentare di dare un quadro della situazione, per capire quando vedremo la luce, là, in fondo al tunnel…e ha anche azzardato alcune motivazioni per cui Lombardia e Veneto siano le regioni più colpite…
Questo mi ha portato a una serie di riflessioni…
1-I numeri: al mio paese, meno di 7000 anime e non tra i più colpiti, stanno morendo 10 persone a settimana, per lo più anziani (stamattina il sito della Parrocchia riportava 3 nomi e, in aggiunta, un ex parroco…quando ho ricontrollato prima di cena ne ho trovati scritti altri 4 oltre a quelli…)…ebbene, un paio di giorni fa ho visto un articolo in cui si elencavano tutti i nomi delle vittime e sotto lo spazio del mio comune comparivano solamente 2 nomi…come è possibile? Credo che molti dei morti delle ultime 8/10 settimane siano semplicemente morti, senza preoccuparsi di analizzare la loro positività o meno al virus…più che comprensibile, purtroppo: di fronte a un morto, fare un tampone significa spendere preziosi tempo e risorse…il tampone è utile per prevenire, altrimenti è solo strumento per le statistiche e, credo, sia uno spreco…
2-Questo può significare una cosa sola: se oggi parliamo di 5000 vittime totali, e ammesso che il mio comune possa essere una pietra di paragone valida, ci troviamo di fronte a un numero reale di vittime superiore ai 20mila…una vera e propria ecatombe, come molti che hanno avuto vittime in famiglia sanno fin troppo bene…
3-La stessa cosa avviene con il numero dei contagiati: se uno manifesta sintomi riconducibili al virus viene isolato, ma non gli viene praticato il tampone a meno di un peggioramento: in questo caso viene controllato e, nella maggior parte delle situazioni, viene ricoverato…è a questo punto che entra ufficialmente nelle statistiche…ebbene, quanti sono positivi senza saperlo, combattendo i sintomi come una normale, grave, influenza? Quanti, grazie al cielo, guariscono senza mai entrare a far parte dei “numeri”?
4-Posto che i numeri ufficiali non siano quelli reali: se ci fosse anche solo una possibilità di utilizzare quelli reali, ce li direbbero? Che effetto farebbero? …la fila di bare in attesa nella cappella del PapaGio, la coda di camionette dell’esercito…se queste “immagini” fossero ancora più “voluminose” scatenerebbero il panico? O contribuirebbero ad affrontare con maggior serietà le imposizioni governative?
5-Perché proprio la Lombardia è stata la più colpita? E perché proprio Bergamo? Credo che, al netto di quegli episodi considerati come “chiave”, tipo la partita di Champions dell’Atalanta, Bergamo sia stata “fregata” da sé stessa, dalla sua geografia, dal suo modo di vivere…
Bergamo è ricca di industrie, fatta ancora molto di manifattura, di spazi ristretti nei quali far lavorare molte persone…difficile utilizzare il famoso smart working…e ancora più difficile bloccarla!
Mi spiego: con tutto il bene che posso volere a Codogno, ma non mi risulta che li ci sia un ospedale, né aziende fondamentali…chiudere un “paesino” è un conto, chiudere una zona piena di ospedali, di aziende che forniscono servizi essenziali diventa complicato…
6-La geografia stessa non ci è stata utile: Bergamo, per chi non la conoscesse, è fatta di molti paesi tutti attaccati, spesso senza soluzione di continuità…ricordo le espressioni sorprese di amici di altre zone d’Italia che, passando da un comune all’altro, non capivano come fosse possibile un’urbanizzazione tanto elevata; ecco, avere molti, troppi spazi congestionati e troppo pochi spazi liberi, nei quali far disperdere le malignità, di certo non è stato un aiuto…
7-Siamo animali sociali, non c’è che dire e abbiamo abitudini di normale socialità: la cena in compagnia, l’aperitivo dopo il lavoro, la colazione al bar…e poi la partita allo stadio o tutti insieme al bar preferito…e la partita a calcetto tra amici? E la palestra? Ah, la sana camminata sui monti in gruppo, e la discoteca…ma anche la Messa…Vero che sono tutte abitudini diffuse più o meno ovunque in Italia, ma quando questo avviene in una città popolosa e con non molte “opzioni” ecco che le poche “location” sono molto affollate…
8-Come fai a fermarci? Ieri parlavo con un’amica che vive in Svizzera e si diceva incazzata perché sentiva che gli italiani erano presi in giro per questa storia…le ho detto che un mese fa anche noi prendevamo per il culo i cinesi…poi abbiamo scherzato su Codogno…poi ci siamo resi conto anche noi che da ridere non c’era proprio niente…ebbene, come fai a fermarci? Solo tre settimane fa tutti pensavamo che al virus avremmo fatto un culo tanto, “Pura de nisü, Schèfe de negòt”, onnipotenti come ci siamo sempre sentiti…fino a quando abbiamo capito che questo piccolo essere non giudica, non sceglie, non fa preferenze…ti prende comunque tu la pensi, chiunque tu sia…
9-Siamo stati vittime delle nostre stesse scelte, anche politiche, degli ultimi decenni…a partire dai tempi di Tangentopoli (che, non dimentichiamo, proprio nella Sanità spolpava le casse dello Stato per ingrassare i conti correnti privati di politici e faccendieri), continuando per i clamorosi traffici del “celeste” e dei suoi degni successori, con tagli continui e insistiti a una Sanità che era, e grazie al cielo è ancora, tra le più avanzate al mondo…se i numeri riscontrati in Lombardia si fossero verificati in qualsiasi altre regione del Centro-Sud, sarebbe stata un’ecatombe…
Se non ci fossero stati tagli tragici, probabilmente, avremmo avuto molte più armi, molti più posti letto, molti più medici e infermieri, molte più attrezzature per combattere e vincere questa guerra, sacrificando meno vite umane…ognuno di noi sa quanti mesi, anni a volte, bisogna attendere una visita, un controllo, un’operazione (io stesso ho rischiato la vita qualche anno fa perché la mia operazione non urgente, rinviata per mesi, è diventata improvvisamente urgente e molto più grave di quanto avrebbe dovuto essere…)…
Ricordiamoci di questo quando la tempesta sarà passata, ricordiamoci di quanti, per profitto, hanno spolpato gli ospedali giocando con la vita nostra, dei nostri amici, dei nostri parenti…
10-Siamo stati fregati dal nostro essere comunità, ma anche dal nostro essere divisi…l’entità “Lombardia” esiste solo a livello politico, non ha fondamento sociale…nessun lombardo si sente tale, l’ho sempre sostenuto: siamo bergamaschi, milanesi, comaschi, bresciani…e spesso divisi per valli, zone, comuni, contrade…di certo una identità unica non c’è e questa mancanza è ben rappresentata anche a livello politico, dove le decisioni, specie di questi ultimi giorni, portano a un accentramento incredibile verso Milano, con misure preventive verso il capoluogo, e lasciando abbandonati alla loro guerra le “periferie” di Bergamo, Brescia, Cremona e Lodi…altrimenti non si spiegherebbe (se non con un vile tornaconto economico, ma a questo non voglio proprio pensare…) l’accentramento dell’ospedale da realizzare in zona fiera e il contemporaneo stop imposto all’ospedale da campo degli Alpini da realizzare a Boccaleone, certo di più immediata realizzazione e di maggior praticità nell’affrontare l’emergenza “in loco”…
11-Torniamo alla domanda: come fai a fermarci? Le disposizioni del Governo parlano di bloccare tutte le attività, tranne quelle essenziali…niente di nuovo rispetto alle disposizioni di due settimane prima…come già spiegato, tenendo aperti gli ospedali, devi per forza approvvigionarli di dispositivi usa e getta (camici, mascherine, guanti…), devi lasciar muovere i trasportatori che li riforniscono, i rivenditori che trattano questi articoli, le lavanderie che trattano indumenti dei sanitari, lenzuola ecc…
Oppure lasciare aperto i supermercati vuol dire tener aperto le aziende che li riforniscono e le aziende che riforniscono queste…tipo l’azienda che fa le insalate, ma anche l’agricola che rifornisce materie prime o la cartiera che produce gli imballaggi…in una zona come questa un simile intreccio è enorme e coinvolge centinaia di aziende, migliaia di addetti…com’è possibile fermare?
Detto questo, il Governo può dire che la aziende alimentari devono restare aperte…o possono farlo…servirebbe che le singole aziende, per una volta, mettessero il benessere dei propri dipendenti davanti a qualche settimana di fatturato e quelle “non direttamente coinvolte in questa emergenza” evitassero di aprire…ma sto parlando di industriali illuminati e non ne vedo uno dai tempi di Olivetti, purtroppo…
Io non credo di avere una soluzione, ma da “ignorante” mi muoverei in questo modo: tutto bloccato!!! Chiunque voglia aprire perché conscio di essere indispensabile, può presentare al Prefetto una richiesta con i dettagli del perché fa parte dei “necessari”; il Prefetto decide in tempi rapidi…così verranno fuori le aziende che lavorano solo perché parte di una categoria “protetta” o perché veramente necessarie…per chi ha la coscienza a posto non dovrebbero esserci problemi…ma, al solito…sono un sognatore…
12-La cosa fondamentale ora è rimanere vivi, difendersi con le unghie e con i denti, proteggere i propri cari, lottare contro un nemico che abbiamo visto all’opera solo nei più catastrofici film di Hollywood…ed essere ancora qui, quando sarà tutto finito, per raccontare la vita che riparte, come una grande, immensa, coloratissima primavera del Mondo.

lunedì 20 gennaio 2020

BEATO BETTINO, PATRONO DEI LATITANTI

Lo scrivo subito, tanto per evitare fraintendimenti: trovo squallido il tentativo di beatificare a reti unificate Benedetto Craxi detto Bettino.
Il mondo della politica, subito spalleggiata da quel giornalismo sempre prono al potere, si è dato un gran daffare in questi ultimi anni per riabilitare un politico che, è giusto ricordarlo, non è morto da esule, ma da fuggitivo, non era in un luogo sperduto perché mandato via da chissà quali decisioni politiche, ma era per sua scelta, quella di sfuggire alla Giustizia, in un luogo dove le persone normali, quelle che lavorano tutto l’anno e pagano abbondanti tasse, possono permettersi di fare una settimana di vacanza all’anno, se tutto va bene.
Bettino Craxi è entrato ufficialmente in politica a 22 anni e ha cavalcato le sue, certamente valide, qualità per fare carriera fino a diventare Presidente del Consiglio negli anni ’80.
Non è certo questo suo successo quello che fa arrabbiare: probabilmente ha saputo governare meglio di molti altri prima di lui e dopo di lui…il problema è che dal 1956, anno della sua entrata ufficiale in politica, fino al 1993, anno della sua fragorosa caduta, ha attraversato quasi 4 decenni ai vertici di quell’establishment di cui è diventato una figura iconica, incarnandone il potere e le contraddizioni.
Dotato di una personalità forte al limite dell’arroganza, è stato più di ogni altro un simbolo di quel sistema di tangenti che ha spolpato l’Italia fino a quel 17 febbraio 1992, quando l’arresto dell’ingegner Mario Chiesa scoperchiava tutto l’universo di ruberie che è stato definito “Tangentopoli”.
Craxi fu in prima linea nel difendere il proprio partito definendo lo stesso Chiesa come “Un mariuolo che getta un'ombra su tutta l'immagine di un partito” (Craxi, TG3, 3 marzo 1992), ma ben presto il coinvolgimento dell’intero mondo politico lombardo e poi italiano non risparmiò neppure i socialisti.
Fu a quel punto che il “Grande Statista”, sentendosi in trappola, tentò l’all-in richiedendo al Presidente della Repubblica la guida del governo a seguito delle elezioni del ’92: fortuna per l’Italia che il Capo dello Stato era un uomo tutto d’un pezzo come Oscar Luigi Scalfaro, il quale rifiutò di cedere la guida del Paese a chi era troppo vicino agli inquisiti.
Craxi, tentò allora un colpo di coda, denunciando la correità dell’intero Parlamento sui fatti di Tangentopoli, costruendo su di sé una figura duplice: quella di uno statista coraggioso che ha la forza, denunciando tutti gli altri, di mettersi più “dalla parte del popolo inferocito”, ma anche quella di chi sfida la Magistratura ad arrestare tutti i colpevoli forte di una supposta intoccabilità, quella stessa Magistratura che Craxi attaccò pesantemente in un tentativo di screditarla agli occhi dell’opinione pubblica.
Le sue fortune, però, stavano per scemare presto e l’umiliante lancio delle monetine fuori dall’Hotel Raphael fu il suo addio alla politica, che significò anche l’addio alla sua immunità parlamentare.
Il 12 maggio 1994 gli venne ritirato il passaporto per pericolo di fuga, ma era già troppo tardi perché Craxi, si seppe solo il 18, era già in Tunisia ad Hammamet, protetto dall'amico Ben Alì (il presidente tunisino che prese il potere con un colpo di Stato e restò in sella per 23 anni, spodestato solo dalla Rivoluzione dei Gelsomini del 2011); già il 5 maggio era stato avvistato a Parigi, dato che inizialmente era intenzionato a chiedere asilo politico alla Francia.
Il 21 luglio 1995 Craxi sarà dichiarato ufficialmente latitante.
Latitante, non esiliato!!! Lui se ne andò in Tunisia per sfuggire al processo che avrebbe dovuto affrontare e chi non ha nulla da nascondere non ha problemi a farsi processare.
So che quest’ultima frase sembra fuori tempo, ormai, dopo tutti i casi di cui siamo stati testimoni negli ultimi anni…eppure continuo a considerarla come un’espressione necessaria se pensiamo di vivere in un Paese giusto, in una Democrazia onesta.
In ogni caso e al di la del suo ultimo periodo di vita, nel dorato esilio autoimposto di Hammamet, Craxi è stato ai vertici politici in anni nei quali lo stesso panorama politico si è macchiato, oltre che di ruberie scandalose, di complici silenzi riguardo a mattanze indicibili: basti pensare agli attentati negli anni di piombo, ai casi di Ustica, degli omicidi ai magistrati antimafia…chiaramente non tutto questo fu “colpa” di Craxi, ma anche lui era all’interno, non in posizioni di retrovia, di questo meccanismo.
La Prima Repubblica, terminata proprio nel vortice di Tangentopoli, fu un enorme tritasoldi che indebitò il Paese ben oltre le proprie possibilità a beneficio di politici, faccendieri e intermediari di sorta. Forse ce ne dimentichiamo troppo rapidamente e la nostra mancanza di Memoria permette, oggi, di celebrare i 20 anni dalla morte di Bettino Craxi come di un martire, nello stesso giorno in cui, invece, sarebbe il caso di ricordare il compleanno di un uomo che ha davvero vissuto per il bene dell’Italia, ed è stato veramente martirizzato: Paolo Borsellino.
Potrebbe sembrare un punto di vista eccessivamente populista, potrebbe apparire come un discorso eccessivamente giustizialista, me ne rendo conto, ma non è questo il mio intento: non credo nel giustizialismo, ma nella Giustizia si, quella Giustizia che rende civile un Paese, quella Giustizia che dovrebbe invitare tutti al rispetto della legge, del proprio Paese.
Ecco perché è scandaloso beatificare un criminale (perché tale è stato…) e dimenticare un uomo di legge…
Da chi trattate da Martire sapremo giudicarvi!

venerdì 17 gennaio 2020

COME POSSO FARE…MEMORIA???

Tra pochi giorni si celebrerà la Giornata della Memoria per le vittime della Shoah, ricorrenza internazionale istituita nel 2005 e sempre fonte di dibattiti e polemiche.
Anche quest’anno avrò la possibilità di viverla in prima persona attraverso le parole, i silenzi, la ambientazioni che solo il teatro sa regalare: poter raccontare qualcosa riguardo a quei fatti sconcertanti, quel baratro infinito nel quale l’umanità è stata risucchiata dalle proprie idee assurde e malate, è sempre qualcosa che richiede una fatica fisica, morale, spirituale.
Far salire alle labbra parole che descrivono un orrore indicibile, elementi che qualsiasi spirito umano senziente vorrebbe cancellare dalla mente perché troppo dolorose, pensieri troppo spaventosi per essere tradotti in povere parole, ebbene è qualcosa che graffia il cuore, che lacera l’anima, che straccia le carni.
Le volte che mi è capitato, attraverso due differenti racconti, di far rivivere quegli eventi orribili, ho avuto la sensazione di sentire sulla mia pelle il freddo dei lager, nei miei occhi il dolore della disumanità, nelle mie narici l’odore della morte…potere del teatro…
Eppure…nonostante in questi stessi giorni io stia lavorando su un testo completamente nuovo da presentare in futuro e che parla di un aspetto legato a questi eventi, guardandomi attorno, vedendo e ascoltando l’aria che tira in questo Paese (e in gran parte della vecchia Europa) mi sto chiedendo come…come posso fare davvero Memoria, come posso far capire che tutto quello che racconterò, nell’infinita ciclicità del nostro mondo e della nostra storia, forse non è ancora accaduto, pur potendolo raccontare come storia del passato?
Penso sia piuttosto inutile raccontare di un evento trascorso se tale episodio non può insegnarci ad affrontare il presente e a migliorare il futuro: a che serve conoscere la storia del fallimento di Napoleone nella Campagna di Russia se non per evitare di commettere gli stessi errori? Eppure, 130 anni dopo…
Il clima attuale mi porta a dire che siamo un po’ tutti così, incapaci di leggere il presente perché immemori del passato.
Infatti, cosa ci dice il presente?
Si, il presente parla, parla molto: comunica per parole, immagini, canzoni, suoni, idee, silenzi, passioni.
E cosa ci dice? Ci parla di un odio che non è nemmeno più strisciante, ma urlante e violento. Parla di persone classificate per colore, provenienza, idee, sessualità.
Parla di omosessuali picchiati da vili squadracce violente, parla di razze ritenute inferiori, parla di un uso sconsiderato di insulti e minacce che ne generano sempre di più, parla di un odio a prescindere verso gli esponenti di un credo religioso (se 80 anni fa erano gli ebrei oggi sono i musulmani), parla di episodi di violenza domestica commentati come normali…
Parla di un popolo sempre più ampio di revisionisti, di persone che considerano 6 milioni di ebrei morti come una barzelletta diffusa dai “nemici” (si, ma quali???), che trattano la tortura e la morte di centinaia di migliaia di zingari, slavi, omosessuali, jenish, comunisti, intellettuali, prigionieri politici, Pentecostali come una fake-news ante litteram, che considerano migliaia di corpi utilizzati per sciagurati esperimenti scientifici come una balla raccontata per infangare quelli che in un delirio propagandistico vennero definiti “Jugendlager”, campi della gioventù, villaggi vacanze per svantaggiati…
E poi parla anche attraverso persone che giustificano la violenza, che fomentano l’odio, che seminano sospetto, che invece di prendersela con ladri, truffatori e criminali attaccano chi tenta di diffondere rispetto, umanità, educazione…
Come posso dire che i lager sono stati solo l’ultima, macabra tappa della repressione nei confronti dei “nemici del popolo”, iniziata da una propaganda feroce, a dei ragazzi che vivono in un tempo di comunicazione estrema ed aggressiva?
E com’è possibile raccontare che anche in Italia, in quegli anni, squadre di picchiatori
prendevano di mira chiunque tentasse di opporsi al percorso fascista, uscendone sempre impuniti e che la gente “perbene” classificava come piccoli episodi trascurabili? Come posso dirlo a chi, magari, considera il pestaggio a un omosessuale come “dovuto”, le botte di un uomo a una donna come normali segnali di “amore”, la violenza sessuale come “normale” se la vittima portava una gonna corta?
In generale, come fare a raccontare che in quegli anni, per prendere e tenere il potere, si bruciavano i libri, si sottovalutava la scuola se non come arma di aggregazione e propaganda, si espellevano o incarceravano gli intellettuali? Come posso parlare di questo a un popolo che non legge più, che porta l’ignoranza a stile di vita, che vede la cultura come un nemico da cui guardarsi?
Beh, direi che la strada si preannuncia in ripida salita, ma forse mai come oggi diventa fondamentale fare Memoria, rendere presente, qui e ora, come solo il teatro sa fare.
Qui e ora, perché non si parla di passato, ma di presente, perché non si racconta di un trascorso ma di un futuro, perché non si parla di vittime e carnefici, ma di noi…fortemente di noi, qui e ora.

lunedì 6 maggio 2019

IN ONORE DEL DOTTOR MARIO FABBRI

Oggi, lunedì 6 maggio 2019, dopo una lunga malattia, si è spento all'Ospedale di Belluno il Dottor Mario Fabbri, dopo 83 anni di battaglie...
 

Con lui se ne va un altro dei grandi protagonisti di quella stagione drammatica che si chiama Disastro del Vajont, pochi mesi dopo la scomparsa dell'avvocato di parte civile Sandro Canestrini.
Nel 2011 gli è stato assegnato il Premio Glomere nella sua Macerata e in quell'occasione ho avuto il privilegio di scrivere e presentare un racconto per celebrarlo...riporto qui quello che scrissi allora con tutto il cuore e che ora uso per salutarlo...con le mie povere parole a ringraziare un piccolo grande uomo.

"Io l’ho incontrato, Fabbri: è stata una bellissima chiacchierata d’altronde è sempre bello parlare con persone che raccontano cose interessanti con passione e competenza.
E, sapete? È stato un incontro strano: vi confesso che prima di arrivare da lui mi tremavano le gambe, ma come la porta si è aperta…un clima di grande cordialità, di voglia di raccontare…
Mi ero anche preparato alcune domande, per conoscerlo meglio, per capirlo: non ce n’è stato bisogno…5 ore di chiacchierata libera in cui ha raccontato con una lucidità invidiabile, tutta una serie di episodi che raccontano la sua vita e, soprattutto la vicenda del Vajont.
Io, però, mi sono annotato alcune impressioni su di lui e ve le leggo:
<<Una persona pacata, gentile e disponibile, ma al contempo deciso e determinato, preciso e pragmatico: sottile ed evasivo, di colpo sa diventare accorto e abile come una volpe. È un uomo che parla lentamente, ponderando pensieri e parole, facendo grande attenzione alla scelta dei termini.>>
Preciso.
Davvero un personaggio che non lascia niente al caso, nemmeno nell’ospitalità.
E allora tra un caffè e un buon digestivo, ecco che la sua memoria d’acciaio si snoda in un fiume di ricordi, eventi, avvenimenti.
E soprattutto persone, volti, nomi.

A partire da quelli della sua famiglia, con il padre internato durante la guerra in un campo di prigionia o il fratello partigiano, fucilato dai tedeschi 24 ore prima della liberazione, ma anche quelli dei personaggi che ne hanno segnato la vita e la carriera professionale, come il giudice Arcangelo Mandarino, Procuratore della Repubblica di Belluno, o personaggi del calibro di Aldo Moro o del potente giudice Gennaro Desena.
E, mano a mano che il dialogo scorre scopro le sue abilità giornalistiche, per le quali in gioventù ha avuto numerose proposte importanti, mai accettate per seguire la via della Magistratura. 
E qui il racconto prende la via fatale del Vajont, di quella ondata maledetta che spazza via una valle, 4 mesi dopo la sua presa di servizio come Giudice Istruttore.
...le emergenze affrontate con freddezza, quasi con cinismo, certamente con competenza…
…e poi la mastodontica opera di riorganizzazione della documentazione messa sotto sequestro…e
la consapevolezza, mano a mano che l’indagine si svolgeva, di quanto il tragico finale fosse già drammaticamente scritto nelle migliaia di pagine analizzate…
Per me è semplicemente un uomo: un uomo come se ne trovano pochi, onesto e retto.
Un uomo che ha sempre saputo parlare con correttezza, in un mondo zeppo di menzogne e di false verità create ad arte e secondo convenienza.
Penso che l’unica parola che oggi tutti noi possiamo pronunciare, unendo tutti i nostri diversi intenti è proprio un sentito e trasparente GRAZIE, per l’uomo che è e per l’insegnamento che la sua vita rappresenta.
GRAZIE DOTTOR FABBRI"

sabato 27 gennaio 2018

MEDITATE...CHE QUESTO E' STATO

27 Gennaio...73 anni fa veniva "scoperto" il Konzentrazionlager di Oświęcim, a 60 km da Cracovia, portando agli occhi del mondo l'oscenità dell'Olocausto.
Da allora Auschwitz è sinonimo di orrore, di torture, di morte, di sterminio, tanto da rendere la data del 27 gennaio, Giorno della Memoria, perché nessuno dimentichi o possa dire che "tanto non è successo nulla".
In questa Giornata, al di la della retorica, voglio pubblicare un'analisi (o riflessione....) che ho fatto sul brano più celebre dei molti che costituiscono la bibliografia dell'Olocausto e che ho utilizzato per cercare di raccontare al pubblico la follia della Shoah.
Voi, che vivete sicuri nelle vostre tiepide case
Ora, immaginate questo giovane, 25 anni, rinchiuso in un campo di lavoro, dove vede i suoi “fratelli” consumarsi e morire, dove soffre il freddo, la fame, dove si muore di tifo, di dissenteria…
A chi mai potrà rivolgersi? Chi era l’umanità che poteva passare nei suoi pensieri?
Chi sono quei “Voi” a cui lui parla? L’umanità che costituiva il suo mondo era fatta da relitti umani a un passo dalla morte e da un popolo di persecutori senz’anima, un esercito di cani che abbaiavano e ammazzavano con la stessa facilità con la quale potevano sorridere.
In quella condizione di freddo estremo e senza riparo, parlare delle “Tiepide case” deve essere stata una pugnalata al cuore, una nostalgia infinita…vi è mai capitato di stare al freddo per una mezza giornata e non vedere l’ora di tornare a casa al calduccio? Immaginate di restarci tutto un inverno, giorno e notte, in un posto del Nord Europa, in una pianura spazzata da aria gelida, senza possibilità di sognare un ritorno “a casa”… Attenzione: non parla di case calde, ma tiepide, come se non riuscisse più ad immaginarlo il caldo, di poter arrivare al massimo a un “tiepido”…
Vita che non può più dirsi tale; sicurezza che non c’è più; vostra, la proprietà, in un luogo dove non si è più proprietari nemmeno della propria vita ma, anzi, ognuno è proprietà dei carnefici, cera molle tra le loro mani; la casa, un sogno infinito e forse irraggiungibile…
Voi, che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici
Cibo caldo e visi amici: dove il cibo non c’è e se c’è è osceno, e dove i visi che si vedono sono di cadaveri ambulanti o di aguzzini spietati.
Ma qui c’è una parola che grida vendetta più delle altre: “tornando”.
Si legge spesso nei racconti dei sopravvissuti: tutti in quella situazione sperano di tornare, ma la maggior parte di loro sa che non tornerà mai più. Anche perché tornare, significa arrivare al punto da cui si è partiti: e chi mai potrà tornare ad essere quello che era, anche uscendo da li?
Considerate se questo è un uomo
Uomo: nel senso più vero del termine…in  una situazione del genere, ma anche nel contesto storico di cui vi parlavo…non siamo più considerati uomini, ma bestie, oggetti…non è un caso che usi il termine “questo”: “Questo” si usa più per gli oggetti che per le persone…
Che lavora nel fango
In questa piccolissima frase, ci sono millenni di storia e tradizione ebraica: l’immagine del fango non riporta anche voi al maiale? E il maiale è l’animale impuro per eccellenza: chi ha a che fare con i maiali è impuro…ricordate la parabole del Figliol Prodigo? Il figlio che si ritrova a pascolare i porci…non è un’immagine a caso, ma il segno di aver toccato il fondo più assoluto, di essere uscito dalle grazie degli esseri umani (Gesù parlava agli ebrei in questa parabola).
Non c’è più un uomo, ma il più impuro, l’ultimo tra le creature.
Che non conosce pace, che lotta per un pezzo di pane
Come può essere “in pace” un uomo che lotta per un pezzo di pane? Come è possibile considerare “Vita” un’esistenza simile, dove quel poco che viene concesso dagli aguzzini per sopravvivere deve essere integrato dalla disperazione di rubare ad altri poveracci? Mors tua, vita mea...
Che muore per un si o per un no
Qui si respira tutta la precarietà dell’esistenza ad Aushwitz (e in tutti i Campi di Concentramento), dove ad ogni istante si poteva morire senza motivo, a partire dal momento dell’arrivo, quando, scaricati dai treni, i prigionieri venivano selezionati dagli staff medici: il loro “Si” o il loro “No”, significavano Vita o Morte…
Ma ogni attimo poteva essere l’ultimo, solo per la volontà degli aguzzini, senza considerare la fame, il freddo, la fatica, le malattie…
Considerate se questa è una donna
Attenzione: non è secondario che  un certo punto, Primo Levi non si riferisca più a un uomo ma a una donna…in una situazione simile mantiene la lucidità di pensare a una donna, magari ispirato a qualche donna da lui vista ad Aushwitz. Uomo e donna: forse è la massima manifestazione di umanità…come se volesse a tutti i costi trovare l’ultimo barlume di umanità, restarci attaccato con le unghie e con i denti, in una situazione che rappresenta il massimo della disumanità.
Senza capelli e senza nome
Non è solo il fatto che nel lager il nome scompare, e si è classificati solo attraverso il numero tatuato sulla pelle: nome significa appartenenza, nella cultura ebraica più ancora che nella nostra. Non è un caso che nel Genesi si dice che Dio invita l’uomo a “dare un nome” alle specie animali: le affida all’uomo perché il mondo stesso appartenga a lui.
E non solo: una donna quando si sposa cambia il proprio cognome (in alcune culture lo cambia proprio anagraficamente), in pratica da quel momento va ad “appartenere” al proprio uomo.
Una donna senza nome, ancor più di un uomo, è una donna senza identità, senza passato e senza avvenire.
E una donna ancor più di un uomo prende una sua identità, una sua originalità attraverso i capelli.
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Sentite la forza di questo brano: come se stesse parlando di cadaveri, senza ricordi, senza passato…occhi vuoti, senza vita…grembo freddo, come fosse morto. Il grembo in una donna significa Vita, la culla naturale della nascita. Avete mai visto quelle statue medievali di figure femminili, soprattutto della Madonna: con il ventre prominente, in una posizione poco elegante ma molto simbolica…il ventre spinto in fuori significa apertura alla vita, centralità alla rivelazione. Che contrasto con questo “Freddo il grembo”…
Come una rana d’inverno
Ecco, qui si può forse trovare la frase più criptica dell’intero testo…cosa significa?
La rana, in molte culture è segno di fertilità e rinnovamento: in inverno la rana non può figliare…
Una rana d'inverno mi fa pensare ad una donna nuda, tremante, inerme, deformata nel corpo, inespressiva, in attesa solo della morte inevitabile.
Meditate che questo è stato
Sembra una frase profetica: come se sapesse che qualche anno dopo ci sarebbero state persone che avrebbero negato tutto l’accaduto.
Non solo: Meditate che Questo è stato…questo è un uomo…coincidenza? E cosa vuol dire “è stato”? Solo “è accaduto”? E se fosse un “è stato e ora non è più”, modo aulico di definire un defunto…allora proviamo a traslitterare la frase: “Meditate, perché l’uomo è morto”. Anche se tornerà a casa, anche se dovesse sopravvivere…qualcosa in lui sarà morto…ma non solo l’internato, persino l’aguzzino: nei lager l’uomo, l’Essere Umano, ha perso la sua umanità…è scomparso lasciando spazio a un'altra creatura, senza anima né cuore…
Vi comando queste parole
Attenzione, perché qui inizia una vera e propria preghiera: anzi, la versione “cattiva” della Preghiera per eccellenza del Popolo Ebraico: lo Sh’ma Israel, un po’ come è per noi il “Padre Nostro”. Non è un caso se inizia questa formula con l’espressione “Comando”.
Provate a confrontarle:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
E qui viene fuori la rabbia…fino ad ora era incredulità, depressione, arrendevolezza…ora diventa rabbia, cattiveria, quasi violenza! Ma non contro gli aguzzini, non contro i nazisti o i collaborazionisti, non contro chi ha perpetrato una delle peggiori atrocità della storia umana…
Questa è una specie di minaccia verso chi non saprà essere Testimone: Ripetetele ai vostri figli, ai vostri discendenti, perché nessuno possa dimenticare.
E’ come dire che la cosa davvero grave è dimenticare: quello che è stato è stato, ora l’importante è farne Memoria, anche se può costare fatica, dolore, amarezza.
O vi si sfaccia la casa
La casa è simbolo di sicurezza, di protezione, è persino sinonimo di Famiglia: è una Maledizione atroce, e non è un caso che questa frase venga prima di un’altra, grave, ma a quanto pare meno grave di questa.
La malattia vi impedisca
Noi diciamo sempre “L’importante è la salute”…qui non si parla solo di mancanza di salute, ma che addirittura arrivi una malattia che “impedisca”, cioè renda inabili…è brutto, ma ancora di più pensando alla tradizione ebraica, dove la malattia, la deformità, l’inabilità sono viste come castigo di Dio (esattamente come la prosperità e la salute sono considerati Doni di Dio). Ricordate quando i Discepoli, vedendo il cieco, chiedono a Gesù se fosse lui o i genitori ad essere peccatori???
I vostri nati torcano il viso da voi.
Beh, non c’è bisogno che ve la spieghi, no? Vorrei solo sottolineare una parola, quel “Torca”…sentite quale forza, quale violenza si manifesta in questa parola. Il verbo “torcere” è usato spesso in un’azione subìta, cioè qualcuno che torce a qualcun altro…qui è diretto: i vostri figli torcano (il loro viso) da voi…si provochino dolore fisico, si torturino pur di non meritare a voi il loro sguardo.
Provate a pensarci: qual è il quarto comandamento? “Onora il Padre e la Madre” (ovviamente i comandamenti cristiani derivano da quelli ebraici, dal libro del Deuteronomio)…qua si dice più o meno:
Se sarai tanto codardo da non ricordare, da non testimoniare ciò che è stato, sarai maledetto da Dio e persino i tuoi figli si vergogneranno di te; e si allontaneranno dal rispetto della Legge pur di mostrare a voi tutto il loro disprezzo.
Maledire è il massimo della punizione nella Bibbia…non è una cosa così leggera…è Dio che Maledice!
Non Dimentichiamo...mai!!!