27 Gennaio...73 anni fa veniva "scoperto" il Konzentrazionlager di Oświęcim, a 60 km da Cracovia, portando agli occhi del mondo l'oscenità dell'Olocausto.
Da allora Auschwitz è sinonimo di orrore, di torture, di morte, di sterminio, tanto da rendere la data del 27 gennaio, Giorno della Memoria, perché nessuno dimentichi o possa dire che "tanto non è successo nulla".
In questa Giornata, al di la della retorica, voglio pubblicare un'analisi (o riflessione....) che ho fatto sul brano più celebre dei molti che costituiscono la bibliografia dell'Olocausto e che ho utilizzato per cercare di raccontare al pubblico la follia della Shoah.
Voi, che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
Ora, immaginate questo
giovane, 25 anni, rinchiuso in un campo di lavoro, dove vede i suoi “fratelli”
consumarsi e morire, dove soffre il freddo, la fame, dove si muore di tifo, di
dissenteria…
A chi mai potrà rivolgersi? Chi era l’umanità che poteva passare nei suoi
pensieri?
Chi sono quei “Voi” a cui lui parla? L’umanità che costituiva il suo mondo era
fatta da relitti umani a un passo dalla morte e da un popolo di persecutori
senz’anima, un esercito di cani che abbaiavano e ammazzavano con la stessa
facilità con la quale potevano sorridere.
In quella condizione di freddo estremo e senza riparo, parlare delle “Tiepide
case” deve essere stata una pugnalata al cuore, una nostalgia infinita…vi è mai
capitato di stare al freddo per una mezza giornata e non vedere l’ora di
tornare a casa al calduccio? Immaginate di restarci tutto un inverno, giorno e
notte, in un posto del Nord Europa, in una pianura spazzata da aria gelida,
senza possibilità di sognare un ritorno “a casa”… Attenzione: non parla di case
calde, ma tiepide, come se non riuscisse più ad immaginarlo il caldo, di poter
arrivare al massimo a un “tiepido”…
Vita che non può più dirsi tale; sicurezza che non c’è più; vostra, la
proprietà, in un luogo dove non si è più proprietari nemmeno della propria vita
ma, anzi, ognuno è proprietà dei carnefici, cera molle tra le loro mani; la
casa, un sogno infinito e forse irraggiungibile…
Voi, che trovate
tornando a sera il cibo caldo e visi amici
Cibo caldo e visi amici:
dove il cibo non c’è e se c’è è osceno, e dove i visi che si vedono sono di
cadaveri ambulanti o di aguzzini spietati.
Ma qui c’è una parola che grida vendetta più delle altre: “tornando”.
Si legge spesso nei racconti dei sopravvissuti: tutti in quella situazione
sperano di tornare, ma la maggior parte di loro sa che non tornerà mai più.
Anche perché tornare, significa arrivare al punto da cui si è partiti: e chi
mai potrà tornare ad essere quello che era, anche uscendo da li?
Considerate se questo
è un uomo
Uomo: nel senso più vero
del termine…in una situazione del
genere, ma anche nel contesto storico di cui vi parlavo…non siamo più
considerati uomini, ma bestie, oggetti…non è un caso che usi il termine
“questo”: “Questo” si usa più per gli oggetti che per le persone…
Che lavora nel fango
In questa
piccolissima frase, ci sono millenni di storia e tradizione ebraica: l’immagine
del fango non riporta anche voi al maiale? E il maiale è l’animale impuro per
eccellenza: chi ha a che fare con i maiali è impuro…ricordate la parabole del
Figliol Prodigo? Il figlio che si ritrova a pascolare i porci…non è un’immagine
a caso, ma il segno di aver toccato il fondo più assoluto, di essere uscito
dalle grazie degli esseri umani (Gesù parlava agli ebrei in questa parabola).
Non c’è più un uomo, ma il più impuro, l’ultimo tra le creature.
Che non conosce pace,
che lotta per un pezzo di pane
Come può essere “in pace”
un uomo che lotta per un pezzo di pane? Come è possibile considerare “Vita”
un’esistenza simile, dove quel poco che viene concesso dagli aguzzini per
sopravvivere deve essere integrato dalla disperazione di rubare ad altri
poveracci? Mors tua, vita mea...
Che muore per un si o
per un no
Qui si respira
tutta la precarietà dell’esistenza ad Aushwitz (e in tutti i Campi di
Concentramento), dove ad ogni istante si poteva morire senza motivo, a partire
dal momento dell’arrivo, quando, scaricati dai treni, i prigionieri venivano
selezionati dagli staff medici: il loro “Si” o il loro “No”, significavano Vita
o Morte…
Ma ogni attimo poteva essere l’ultimo, solo per la volontà degli aguzzini,
senza considerare la fame, il freddo, la fatica, le malattie…
Considerate se questa
è una donna
Attenzione: non è
secondario che un certo punto, Primo
Levi non si riferisca più a un uomo ma a una donna…in una situazione simile
mantiene la lucidità di pensare a una donna, magari ispirato a qualche donna da
lui vista ad Aushwitz. Uomo e donna: forse è la massima manifestazione di
umanità…come se volesse a tutti i costi trovare l’ultimo barlume di umanità,
restarci attaccato con le unghie e con i denti, in una situazione che
rappresenta il massimo della disumanità.
Senza capelli e senza
nome
Non è solo il fatto che nel
lager il nome scompare, e si è classificati solo attraverso il numero tatuato
sulla pelle: nome significa appartenenza, nella cultura ebraica più ancora che
nella nostra. Non è un caso che nel Genesi si dice che Dio invita l’uomo a
“dare un nome” alle specie animali: le affida all’uomo perché il mondo stesso
appartenga a lui.
E non solo: una donna quando si sposa cambia il proprio cognome (in alcune
culture lo cambia proprio anagraficamente), in pratica da quel momento va ad
“appartenere” al proprio uomo.
Una donna senza nome, ancor più di un uomo, è una donna senza identità, senza
passato e senza avvenire.
E una donna ancor più di un uomo prende una sua identità, una sua originalità
attraverso i capelli.
Senza più forza di
ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Sentite la forza di
questo brano: come se stesse parlando di cadaveri, senza ricordi, senza
passato…occhi vuoti, senza vita…grembo freddo, come fosse morto. Il grembo in
una donna significa Vita, la culla naturale della nascita. Avete mai visto
quelle statue medievali di figure femminili, soprattutto della Madonna: con il
ventre prominente, in una posizione poco elegante ma molto simbolica…il ventre
spinto in fuori significa apertura alla vita, centralità alla rivelazione. Che
contrasto con questo “Freddo il grembo”…
Come una rana
d’inverno
Ecco, qui si può forse trovare la
frase più criptica dell’intero testo…cosa significa?
La rana, in molte culture è segno di fertilità e rinnovamento: in inverno la
rana non può figliare…
Una rana d'inverno mi fa pensare ad una donna nuda, tremante, inerme, deformata
nel corpo, inespressiva, in attesa solo della morte inevitabile.
Meditate che questo è
stato
Sembra una frase
profetica: come se sapesse che qualche anno dopo ci sarebbero state persone che
avrebbero negato tutto l’accaduto.
Non solo: Meditate che Questo è stato…questo è un uomo…coincidenza? E cosa vuol
dire “è stato”? Solo “è accaduto”? E se fosse un “è stato e ora non è più”,
modo aulico di definire un defunto…allora proviamo a traslitterare la frase:
“Meditate, perché l’uomo è morto”. Anche se tornerà a casa, anche se dovesse
sopravvivere…qualcosa in lui sarà morto…ma non solo l’internato, persino l’aguzzino:
nei lager l’uomo, l’Essere Umano, ha perso la sua umanità…è scomparso lasciando
spazio a un'altra creatura, senza anima né cuore…
Vi comando queste
parole
Attenzione, perché qui
inizia una vera e propria preghiera: anzi, la versione “cattiva” della
Preghiera per eccellenza del Popolo Ebraico: lo Sh’ma Israel, un po’ come è per
noi il “Padre Nostro”. Non è un caso se inizia questa formula con l’espressione
“Comando”.
Provate a confrontarle:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
E qui viene fuori la
rabbia…fino ad ora era incredulità, depressione, arrendevolezza…ora diventa
rabbia, cattiveria, quasi violenza! Ma non contro gli aguzzini, non contro i
nazisti o i collaborazionisti, non contro chi ha perpetrato una delle peggiori atrocità
della storia umana…
Questa è una specie di minaccia verso chi non saprà essere Testimone:
Ripetetele ai vostri figli, ai vostri discendenti, perché nessuno possa
dimenticare.
E’ come dire che la cosa davvero grave è dimenticare: quello che è stato è
stato, ora l’importante è farne Memoria, anche se può costare fatica, dolore,
amarezza.
O vi si sfaccia la
casa
La casa è simbolo di sicurezza,
di protezione, è persino sinonimo di Famiglia: è una Maledizione atroce, e non
è un caso che questa frase venga prima di un’altra, grave, ma a quanto pare
meno grave di questa.
La malattia vi
impedisca
Noi diciamo sempre
“L’importante è la salute”…qui non si parla solo di mancanza di salute, ma che
addirittura arrivi una malattia che “impedisca”, cioè renda inabili…è brutto,
ma ancora di più pensando alla tradizione ebraica, dove la malattia, la
deformità, l’inabilità sono viste come castigo di Dio (esattamente come la
prosperità e la salute sono considerati Doni di Dio). Ricordate quando i
Discepoli, vedendo il cieco, chiedono a Gesù se fosse lui o i genitori ad
essere peccatori???
I vostri nati torcano il viso da voi.
Beh,
non c’è bisogno che ve la spieghi, no? Vorrei solo sottolineare una parola,
quel “Torca”…sentite quale forza, quale violenza si manifesta in questa parola.
Il verbo “torcere” è usato spesso in un’azione subìta, cioè qualcuno che torce
a qualcun altro…qui è diretto: i vostri figli torcano (il loro viso) da voi…si
provochino dolore fisico, si torturino pur di non meritare a voi il loro
sguardo.
Provate a pensarci: qual è il quarto comandamento? “Onora il Padre e la Madre”
(ovviamente i comandamenti cristiani derivano da quelli ebraici, dal libro del
Deuteronomio)…qua si dice più o meno:
Se sarai tanto codardo da non ricordare, da non testimoniare ciò che è stato,
sarai maledetto da Dio e persino i tuoi figli si vergogneranno di te; e si
allontaneranno dal rispetto della Legge pur di mostrare a voi tutto il loro
disprezzo.
Maledire è il massimo della punizione nella Bibbia…non è una cosa così
leggera…è Dio che Maledice!
Non Dimentichiamo...mai!!!